Reg. UE 679/2016 e Reg. UE 910/2014: quali relazioni?

La cosiddetta privacy, o più propriamente la Data Protection, è qualcosa che va ben oltre il GDPR dal quale, per altro, non si può prescindere.

La quantità di norme ad esso correlate è significativo; basti pensare, a solo titolo esemplificativo, al novellato D. Lgs. 196/03, al D. Lgs. 51/2018 che ha recepito la Dir. UE 2016/680, al D. Lgs. 53/2018 in attuazione della Dir. (UE) 2016/681, al D. Lgs. 18 maggio 2018, n. 65 già Dir. UE 2016/1148 o, ancora, al Reg. UE 2019/945 relativo ai sistemi aeromobili senza equipaggio e agli operatori di paesi terzi di sistemi aeromobili senza equipaggio (droni).

In questa sede, in particolare, voglio soffermarmi sulla relazione intrinseca che si pone fra il Reg. UE 679/2016 ed il e Reg. UE 910/2014 in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno.

Che vi sia una relazione indissolubile fra i due regolamenti è facilmente evincibile dal disposto ex art. 5/910 secondo cui il trattamento dei dati a carattere personale è effettuato a norma della direttiva 95/46/CE; direttiva sostituita, appunto dal Reg. UE 679/2016.

Ma cos’è il Regolamento 910/2014?

La finalità principale del Reg. 910/2014, ci ricorda il considerando (2), è quello di rafforzare la fiducia nelle transazioni elettroniche nel mercato interno fornendo una base comune per interazioni elettroniche sicure fra cittadini, imprese e autorità pubbliche, in modo da migliorare l’efficacia dei servizi elettronici pubblici e privati, nonché dell’eBusiness e del commercio elettronico, nell’Unione europea.

E cosa si intende per servizi fiduciari?

È il regolamento stesso a definirli come un servizio elettronico fornito normalmente dietro remunerazione e consistente nei seguenti elementi:

  1. creazione, verifica e convalida di firme elettroniche, sigilli elettronici o validazioni temporali elettroniche, servizi elettronici di recapito certificato e certificati relativi a tali servizi; oppure
  2. creazione, verifica e convalida di certificati di autenticazione di siti web; o
  3.  conservazione di firme, sigilli o certificati elettronici relativi a tali servizi.

E questo è un aspetto di grande rilievo che dà al regolamento grande significatività rafforzando l’importanza e gli effetti, anche in termini giuridici, dei documenti informatici. Ciò lascia ben intendere la potenza di un siffatto strumento, anche di garanzia, nelle relazioni fra privati oltre che con la Pubblica Amministrazione e, nella fattispecie, nei bandi di gara.

È facilmente comprensibile, allora, la relazione di cui si è detto e l’importanza di attenersi ai requisiti in materia di protezione dei dati personali da parte degli attori del regolamento eIDAS (electronic IDentification Authentication and Signature) ovvero dei Prestatori di servizi fiduciari, dell’Organo di vigilanza (AgID) e, ancora, di eventuali altri soggetti quali gli Organismi di valutazione della conformità coinvolti nella attività di verifica sia dei prestatori di servizi fiduciari qualificati sia dei servizi fiduciari qualificati in conformità al regolamento in discorso.

Alla relazione circa il rispetto dei principi sulla protezione dei dati personali nelle attività di cui al regolamento eIDAS, segue la scelta comune del legislatore europeo di regolare la materia ricorrendo allo strumento giuridico più incisivo ed efficace poiché direttamente applicabile ed obbligatorio in tutti i suoi elementi: il Regolamento.
Attenzione però.
Il Reg. UE 679/2016 è stato pubblicato nella GUUE il 4 maggio 2016, è entrato in vigore il 24 maggio 2016 ed ha trovato piena applicazione il 25 maggio 2018.
Il Reg. UE 910/2014 è stato emanato il 23 luglio 2014 e si applica dal 1° luglio 2016 con eccezione per alcuni requisiti.
Inoltre, il Regolamento eIDAS è obbligatorio limitatamente al settore pubblico mentre per i privati costituisce una facoltà.

Un aspetto ancor più interessante è la possibilità, per entrambi i regolamenti, di poter conseguire la certificazione, da parte dei soggetti interessati, delle relative attività; di trattamento nel caso del GDPR e dei servizi fiduciari per le transazioni elettroniche per quanto riguarda il regolamento eIDAS.
Come addetto ai lavori, riguardo alla certificazione delle attività di trattamento personalmente ricorro allo schema (International Scheme for Data Protection) ISDP 10003:2018 che mi dà tutte le rassicurazioni del caso.
Relativamente al Regolamento eIDAS, invece, il riferimento è la norma ETSI EN 319 403: Electronic Signatures and Infrastructures (ESI); Trust Service Provider Conformity Assessment – Requirements for conformity assessment bodies assessing Trust Service Providers.
In entrambi i casi, va da sé, il presupposto è la norma UNI CEI EN ISO/IEC 17065: Valutazione della conformità – Requisiti per organismi che certificano prodotti, processi e servizi.

In conclusione, il ricorso ad una visione d’insieme, con padronanza in una o più specializzazioni, è sicuramente opportuno ed oltremodo necessario, se non in capo ad uno stesso soggetto, nell’ambito di un network in cui professionalità complementari e condivise si attivano coniugando le rispettive aree di competenza e permettendosi la possibilità e la disponibilità al confronto ed alla crescita virtuosa.

Marcello Colaianni
Certified ISDP 10003 Auditor
Certified DPO e DP Auditor UNI11697
Compliance & Mgmt Systems Consultant/Auditor

ISO 27001 e ISO 27701? Non Conformi per la certificazione secondo il GDPR.

Persistere nell’affermazione per cui una certificazione ISO 27001 o ISO 27701 sia idonea per dimostrare la conformità al presente regolamento dei trattamenti effettuati dai titolari del trattamento e dai responsabili del trattamento è assolutamente pericoloso e non corrispondente alla realtà.

E per chi non è un addetto ai lavori, in  particolare, è utile conoscerne le ragioni:

  • Le norme della famiglia ISO 27000 fanno riferimento alla sicurezza delle informazioni mentre
    a) il regolamento Ue fa riferimento alla protezione dei dati personali e
    b) i dati personali e le informazioni non sono sinonimi; i dati ne fanno parte ma sono altro.
    E quand’anche si trattasse di sicurezza delle informazioni sulla privacy, è il caso di ricordare che i concetti di “privacy” e di “dati personali” sono del tutto differenti fra loro. Ecco l’occasione giusta per discernere.
    Ergo ->  sicurezza delle informazioni versus protezione dei dati personali
  • Le suddette norme sono fondate sulla UNI CEI EN ISO/IEC 17021, Requisiti per gli organismi che forniscono audit e certificazione di sistemi di gestione, mentre
    – ) l’art. 43, paragrafo 1, lett. b) del Reg. UE 679/2016 recita: Gli Stati membri garantiscono che tali organismi di certificazione (OdC) siano accreditati (…) conformemente alla norma EN ISO/IEC 17065/2012 (…).
    Questo significa che un’impresa, o qualsiasi altra organizzazione, se vuole veramente dimostrare che i suoi trattamenti sono conformi al GDPR, deve assicurarsi di:
    a) fare riferimento ad una norma di certificazione di Prodotti, processi e servizi e non di Sistemi di gestione, fondata quindi sulla ISO 17065;
    b) rivolgersi ad Organismi di certificazione accreditati Accredia secondo la norma UNI CEI EN ISO/IEC 17065 e non UNI CEI EN ISO/IEC 17021.
    Ergo: UNI CEI EN ISO/IEC 17021 versus UNI CEI EN ISO/IEC 17065
  • Le suddette norme hanno, come obiettivo, la tutela dell’organizzazione nella gestione delle informazioni, e fra queste, dei dati mentre
    – ) il regolamento ha come obiettivo, la tutela dei diritti e delle libertà delle persone fisiche, ovvero degli interessati, nel trattamento dei loro dati personali.
    Ergo: tutela dell’organizzazione versus tutela degli interessati
  • È impensabile assimilare la certificazione di sistemi in conformità alla ISO 27001, e per estensione alla ISO 27701, ai meccanismi di certificazione ex art. 42 del GDPR
    – ) per il semplice motivo per cui Gli Stati membri, le autorità di controllo, il comitato e la Commissione incoraggiano, in particolare a livello di Unione, l’istituzione di meccanismi di certificazione della protezione dei dati.
    Meccanismi di certificazione, al plurale, lasciando volontariamente la possibilità di certificare molteplici schemi di riferimento del tutto aderenti, però, al dettato ex art. 43 riguardo, in particolare, alle caratteristiche dello standard ed al soddisfacimento dei requisiti da parte degli OdC.
    Ergo: ISO 27701 versus differenti meccanismi di certificazione
  • Leggo, da più parti, che non c’è alternativa al ricorso alla norma ISO 27701 per dimostrare la conformità del sistema di gestione di un’organizzazione ai requisiti del GDPR e che l’ultima parola spetti all’European Data Protection Board che potrà dichiarare valida o meno la certificazione secondo l’estensione ISO/IEC 27701:2019 in quanto questa è l’unica strada da percorrere per mantenere uno dei principi cardine sui cui si basa il GDPR. E invece:
    a) sono molto perplesso sul fatto che l’EDPB si esprima nei suddetti termini se non confermando quanto già stabilito nel regolamento. Inoltre
    b) l’ipotetica, e quanto mai improbabile, adozione della ISO 27701 come norma di riferimento, o accettata, per la certificazione conformemente al GDPR presenterebbe grossi problemi in termini di sigilli e marchi di protezione dei dati in quanto non contemplati dalla ISO 17021 ma dalla ISO 17065
    c) sono a conoscenza di uno schema internazionale per la valutazione della conformità al Regolamento europeo 2016/679 che ha superato tutte le fasi di verifica da parte della Commissione europea: è l’ISDP 10003:2008 disponibile gratuitamente in lingua italiana, inglese e tedesca.
    Ergo: ISO 27701 versus ISDP 10003

Per ulteriori delucidazioni:
https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:6612949169403424768/

E non solo.
Apro una parentesi per dire che so di leggende metropolitane secondo cui è possibile anche la certificazione secondo le prassi 43.1 e 43.2 dell’UNI.
Anche in questo caso, un’eventuale certificazione sarebbe out of scope e impugnabile da chicchessia.

Marcello Colaianni
Qualified ISO 27001 Auditor
Certified DP ISDP 10003 Auditor
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697
Compliance & Mgmt Systems Consultant/Auditor

il DPO: non solo Data Protection Officer ma anche Digital Preservation Officer

Sono sempre stato un accanito sostenitore circa l’appropriato utilizzo dei termini, e relativi acronimi, nel riferirmi alle figure professionali richiamate nelle diverse discipline giuridiche.

Ne è un esempio eclatante la sigla D.P.O. per indicare il Data Protection Officer di cui al GDPR, non il Data Privacy Officer che, al più, è una figura riconosciuta de facto a supporto delle organizzazioni con compiti manageriali o con ruoli consulenziali.

Una posizione del tutto coerente con le linee guida del WP 243 del 5 aprile 2017 sui responsabili della protezione dei dati secondo cui: <<Nulla osta a che un’azienda o un ente, quando non sia soggetta all’obbligo di designare un RPD e non intenda procedere a tale designazione su base volontaria, ricorra comunque a personale o consulenti esterni incaricati di incombenze relative alla protezione dei dati personali. In tal caso è fondamentale garantire che non vi siano ambiguità in termini di denominazione, status e compiti di queste figure; è dunque essenziale che in tutte le comunicazioni interne all’azienda e anche in quelle esterne (con l’autorità di controllo, gli interessati, i soggetti esterni in genere), queste figure o consulenti non siano indicati con la denominazione di  responsabile per la protezione dei dati (RPD).
Considerazioni che valgono anche per i Chief Privacy Officers (CPO) o altri professionisti in materia di privacy già operanti presso alcune aziende, che non sempre e non necessariamente si conformano ai requisiti fissati nel regolamento per quanto riguarda, per esempio, le risorse disponibili o le salvaguardie della loro indipendenza e che, in tal caso, non possono essere considerati e denominati “RPD”>>.

Con la stessa fermezza, tuttavia, trovo del tutto ragionevole ed opportuno riferirsi, con lo stesso acronimo, anche a un’altra figura professionale che dal Data Protection Officer si differenzia per il contesto in cui opera sebbene i margini di collaborazione, in relazione ai rispettivi compiti, sono del tutto evincibili. Mi riferisco al Digital Preservation Officer, ovvero al Responsabile della conservazione digitale dei documenti.

Disciplinato dal DPCM 3 dicembre 2013, il Digital Preservation Officer svolge una molteplicità di attività inerenti l’implementazione di un sistema di conservazione predisponendo il relativo manuale di cui cura l’aggiornamento periodico tenendo conto degli aspetti normativi, organizzativi, procedurali e tecnologici.

<<Il responsabile della conservazione opera d’intesa con il responsabile del trattamento dei dati personali, con il responsabile della sicurezza e con il responsabile dei sistemi informativi (…)>> e, evidentemente, collabora con il responsabile della protezione dei dati.

È una figura che opera in ambito digitale affiancato dall’Innovation Manager, dal Chief Digital Officer, dal Responsabile della Transazione Digitale … all’insegna di una sempre maggiore propensione al ricorso al digitale da parte di privati e pubbliche amministrazioni perché anche nel digitale, come in altri contesti, c’è bisogno di persone che sappiano guidare e motivare gestendo il rischio e l’errore perché lo sbaglio nell’azione è sicuramente meglio del non agire affatto.

Marcello Colaianni
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697
Certified DP Auditor ISDP 10003:2018 Audit Scheme
Compliance & Management Systems Consultant/Auditor

“Persone autorizzate” e “Soggetti designati” nella protezione dei dati personali.

L’introduzione, nel novellato D. Lgs. 196/03, dell’art. 2-quaterdecies: Attribuzione di funzioni e compiti a soggetti designati integra il disposto di cui all’art. 29 del GDPR.
Dalla comparazione fra il Reg. UE 679/2016 ed il nuovo Codice Privacy si riscontrano, però, delle differenze che suggeriscono qualche chiarimento.

Art. 29/679: Trattamento sotto l’autorità del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento:
Il responsabile del trattamento, o chiunque agisca sotto la sua autorità o sotto quella del titolare del trattamento, che abbia accesso a dati personali non può trattare tali dati se non è istruito in tal senso dal titolare del trattamento, salvo che lo richieda il diritto dell’Unione o degli Stati membri.

Art. 2-quaterdecies/196: Attribuzione di funzioni e compiti a soggetti designati
Il titolare o il responsabile del trattamento possono prevedere, sotto la propria responsabilità e nell’ambito del proprio assetto organizzativo, che specifici compiti e funzioni connessi al trattamento di dati personali siano attribuiti a persone fisiche, espressamente designate, che operano sotto la loro autorità.
Il titolare o il responsabile del trattamento individuano le modalità più opportune per autorizzare al trattamento dei dati personali le persone che operano sotto la propria autorità diretta.

 Dal combinato disposto dei suddetti articoli emerge che:

  • all’art. 29 prevale l’elemento fondante delle istruzioni che devono essere fornite per poter trattare dati personali soprassedendo ad aspetti altrettanto fondamentali;
  • “chiunque” può essere, indifferentemente, una persona fisica o una persona giuridica quindi anche un soggetto diverso dal dipendente purché svolga le attività di trattamento sotto l’autorità del Titolare/Responsabile;
  • al contrario, nell’art. 2-quaterdecies, si parla specificatamente di persone fisiche;
  • il richiamo all’assetto organizzativo può riferirsi al coinvolgimento non solo di figure interne ma anche esterne all’insegna dell’adozione delle misure tecniche e organizzative adeguate per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio; ciò coerentemente alla previsione dell’art. 29;
  • l’espressa designazione delle persone fisiche lascia ben intendere l’opportunità di una nomina scritta dei soggetti designati;
  • è data enfasi all’autorità del Titolare/Responsabile sotto la quale le persone autorizzate agiscono e i soggetti designati operano.

Il mio suggerimento è quindi quello di:

  • identificare i soggetti, interni ed esterni, che vengono autorizzati a trattare dati personali in virtù dei trattamenti a loro affidati;
  • identificare, per i soggetti interni, l’unità funzionale di appartenenza;
  • procedere ad una loro designazione scritta specificando i confini delle attività di trattamento autorizzate/affidate;
  • adottare misure di limitazione e contenimento dei margini di manovra dei suddetti soggetti;
  • fornire istruzioni puntuali e adhocratiche valutando differenti livelli di responsabilizzazione;
  • assicurarsi che tali istruzioni siano debitamente documentate.

Identificati i soggetti, occorre attivarsi con i dovuti crismi per la loro più appropriata definizione e organizzazione.

In questo senso, per esempio, il Contitolare, il Rappresentante ed il Responsabile del trattamento dei dati personali sono persone autorizzate, persone fisiche o giuridiche rientrando nell’accezione “chiunque” dell’art. 29. La loro disciplina, però, è specifica e riconducibile, rispettivamente, agli artt. 26, 27 e 28. Sono persone che possono, secondo esigenza, trovarsi inseriti o meno nell’organigramma aziendale.

Qualche esempio?

  • L’Organismo di Vigilanza è un Responsabile del trattamento (RTDP) a cui il Titolare ricorre dovendo effettuare per suo conto specifici trattamenti.
    Il Titolare è chiamato obbligatoriamente, per legge, a ricorrere all’OdV per lo svolgimento di trattamenti specifici, in adempimento al D. Lgs. 231/01.
    Trattamenti per i quali il Titolare determina finalità e mezzi pur rimanendo, in capo all’OdV, gli autonomi poteri di iniziativa e controllo, di vigilanza sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e del loro aggiornamento.
    È un Responsabile interno perché trattasi di un organismo dell’ente.
  • Il Collegio sindacale è, allo stesso modo, un Responsabile al quale il Titolare ricorre, anche in questo caso, per obbligo di legge. È però esterno, fuori dall’assetto organizzativo.
  • Lo studio di consulenza del lavoro è Responsabile esterno perché a lui ricorre il Titolare per il trattamento la gestione delle paghe dei propri dipendenti. Il Titolare, volendo, potrebbe gestire in proprio tali trattamenti ma preferisce concentrarsi sul proprio core business e ricorrere all’outsourcing.
  • il DPO, è persona autorizzata rivelandosi, secondo i chiarimenti del Garante, sia persona fisica sia persona giuridica. Il suo ruolo è però specificatamente disciplinato dagli artt. 37 a 39.

Focalizzando l’attenzione sulle singole funzioni del Titolare (Azienda, Studio professionale, Associazione, Ente, ecc.) lo sguardo è sicuramente rivolto alle persone fisiche, agli individui che, in virtù dei compiti svolti, sono riconducibili ai soggetti designati.

Vi si riscontrano le seguenti figure:

  • il Privacy manager, che chiamato ad adeguare l’organizzazione ai requisiti della normativa sulla protezione dei dati personali, è soggetto designato in staff al Direttore generale;
  • l’amministratore di sistema, che amministra i componenti del sistema ICT per soddisfare i requisiti del servizio, è soggetto designato;
  • il Direttore del personale, così come i suoi collaboratori che trattano dati personali, è soggetto designato
  • e così via.

Per quanto sopra risulta evidente, quindi, l’importanza di porre la dovuta attenzione nell’individuazione di tutti i soggetti, dentro e fuori l’Organizzazione (Titolare), in qualità di persone autorizzate ovvero di soggetti designati, e dare così evidenza delle modalità organizzative nella distribuzione di ruoli e responsabilità all’insegna del principio generale e fondante di ACCOUNTABILITY soddisfacendo una delle principali azioni da intraprendere qual è la progettazione dell’organigramma per la data protection.

Marcello Colaianni
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697

Certified DP Auditor ISDP 10003:2018 Scheme
Compliance & Management Systems Consultant/Auditor

L’istituto della Certificazione in Svizzera alla luce del GDPR e della Legge federale sulla protezione dei dati (LPD).

La Svizzera non è Stato membro dell’Unione Europea cionondimeno l’osservanza del Regolamento UE 679/2016 (GDPR) trova applicazione anche qui, sia pur in determinate circostanze. In particolare nelle ipotesi in cui le attività di trattamento:

  1. siano riconducibili alla filiale dell’impresa svizzera che si trovi all’interno dell’Unione europea;
  2. riguardino l’offerta di beni o la prestazione di servizi agli interessati che si trovino nell’Unione, indipendentemente dall’obbligatorietà di un pagamento dell’interessato;
  3. riguardino il monitoraggio del comportamento degli interessati nella misura in cui tale comportamento ha luogo all’interno dell’Unione;
  4. siano riconducibili all’impresa svizzera che assume il ruolo di Responsabile del trattamento, per un’impresa europea, nello svolgimento delle attività di cui al punto “2.”

Per quanto in  premessa, in sede di applicazione del GDPR, le imprese svizzere possono essere interessate alla certificazione per la protezione dei dati personali con riferimento alle proprie attività di trattamento.
Certificazione già contemplata dalla Legge federale sulla Protezione dei Dati – LPD (235.1 del 19/6/1992) che, all’art. 11: Procedura di certificazione, dispone:

  1. <<Per migliorare la protezione e la sicurezza dei dati, i fornitori di sistemi e di programmi di trattamento dei dati, nonché le persone private o gli organi federali che trattano dati personali possono sottoporre i loro sistemi, le loro procedure e la loro organizzazione a una valutazione da parte di organismi di certificazione riconosciuti e indipendenti>>.
  2. <<Il Consiglio federale emana disposizioni sul riconoscimento delle procedure di certificazione e sull’introduzione di un marchio di qualità inerente alla protezione dei dati. Esso tiene conto del diritto internazionale e delle norme tecniche riconosciute a livello internazionale>>.

Ma è la lettura del Messaggio – concernente la revisione della legge federale sulla protezione dei dati (LPD) e il decreto federale concernente l’adesione della Svizzera al Protocollo aggiuntivo dell’8 novembre 2001 alla Convenzione per la protezione delle persone in relazione all’elaborazione automatica dei dati a carattere personale concernente le autorità di controllo e i flussi internazionali di dati – del 19 febbraio 2003 a fornire utili ed ulteriori specificazioni:

  • 2.10 – Art. 11: Procedura di certificazione
    “(…)
  • Devono essere sviluppate sia procedure di certificazione di processi operativi rilevanti per la protezione di dati o di strutture organizzative (audit in materia di protezione di dati) sia la valutazione di sistemi o programmi informatici – cioè di prodotti – per quanto riguarda l’osservanza di standard in materia di protezione di dati.

Dal che emerge che ciò di cui si sta parlando è una certificazione di prodotti, processi e servizi fondata sulla norma UNI CEI EN ISO/IEC 17065: Valutazione della conformità – Requisiti per organismi che certificano prodotti, processi e servizi.

  • La procedura di valutazione deve portare, una volta stabilito che le norme legali e tecniche del ramo sono osservate, al conferimento di un marchio di qualità inerente alla protezione di dati. Questo riconoscimento può essere utilizzato dalle ditte di certificazione per scopi pubblicitari e portato a conoscenza del pubblico. Le autorità e ditte certificate sono escluse dall’obbligo di notifica della loro raccolta di dati di cui all’articolo 11a, se hanno comunicato il risultato della valutazione all’Incaricato della protezione dei dati. Questo alleggerimento ha lo scopo di incentivare.

Il conseguimento della certificazione consente quindi ampia pubblicità circa l’assicurazione sull’idoneità, correttezza ed adeguatezza delle proprie attività di trattamento e disimpegna le ditte certificate dall’obbligo di notifica.

  • Gli organismi che svolgono questa procedura di certificazione devono essere indipendenti, dal punto di vista soprattutto organizzativo ma anche tecnico, dai privati o dalle autorità da valutare. Il riconoscimento di questi organismi dovrà essere regolato dal Consiglio federale nell’ordinanza. È anche immaginabile che gli organismi di certificazione debbano disporre di un accreditamento.
    Inoltre l’Incaricato deve verificare se le procedure di valutazione e il conferimento del marchio di qualità sono compatibili con il diritto vigente. Egli può intervenire mediante gli strumenti previsti dalla LPD (raccomandazione, proposta alla commissione della protezione dei dati).

Ora, pur considerato che in Svizzera è in elaborazione uno standard per procedure uniformi in materia di certificazioni inerenti alla protezione di dati, può essere utile sapere che esiste già, sul mercato, un meccanismo di certificazione conforme al GDPR, accreditato Accredia, e promosso dalla Commissione europea: l’International Scheme for Data Protection ISDP 10003:2018.

Il ricorso ad un siffatto meccanismo di certificazione che, di per sé, fornisce già una molteplicità di assicurazioni e garanzie, può essere strumento chiarificatore dello stato dell’arte in Svizzera e, forse, valido suggerimento per gli obiettivi che la Confederazione elvetica vuole raggiungere.

Qui, infatti, il riferimento alla certificazione si fonda:

  • sull’art. 11 della Legge federale sulla protezione dei dati,
  • sull’Ordinanza  sulle certificazioni in materia di protezione dei dati (OCPD) che, aggiornato al 1° novembre 2016, richiama le norme UNI EN ISO 9001: Sistemi di gestione per la qualità – Requisiti e UNI CEI ISO/IEC 27001: Tecnologie informatiche – Tecniche per la sicurezza – Sistemi di gestione per la sicurezza delle informazioni – Requisiti ed altre ordinanze.

Inoltre, nel documento riepilogativo circa lo stato della certificazione di prodotti e servizi si legge: “Dalla discussione è emerso che per il mercato svizzero una certificazione di prodotti informatici (hardware, software o sistemi per l’elaborazione automatizzata dei dati) è improponibile per ragioni giuridiche, tecniche e finanziarie. Diversi partecipanti al gruppo di lavoro hanno però chiesto di introdurre una certificazione dei servizi”.

L’art. 5 della suddetta ordinanza (RS 235.13), tuttavia, fa riferimento alla Certificazione dei prodotti e più precisamente alla certificazione dei prodotti destinati in prevalenza al trattamento di dati personali o generanti, al momento del loro impiego, dati personali, in particolare relativi all’utente rilevando l’effettiva mancanza circa la normazione di una certificazione dei servizi.

Orbene, un piccolo richiamo alle norme ISO torna utile.
Nell’alveo delle norme ISO di Valutazione della conformità si riconoscono:

  • la norma ISO 17020:2012: Requisiti per il funzionamento di vari tipi di organismi che eseguono ispezioni;
  • la norma ISO 17021:2012: Requisiti per gli organismi che forniscono audit e certificazione di sistemi di gestione;
  • la norma ISO 17024:2012: Requisiti generali per organismi che eseguono la certificazione delle persone;
  • la norma ISO 17025:2018: Requisiti generali per la competenza dei laboratori di prova e di taratura e
  • la norma ISO 17065:2012: Requisiti per organismi che certificano prodotti, processi e servizi.

È proprio quest’ultima, la ISO 17065, a fare al nostro caso.

La norma in discorso, infatti, non è quella fondante su cui si basano gli organismi per la certificazione di un sistema di gestione aziendale ma è quella di accreditamento degli organismi che certificano processi, prodotti e servizi.
É quella richiamata nel GDPR, il regolamento 679/2016, a cui le imprese svizzere devono adeguarsi in presenza delle considerazioni in premessa; è la norma:

  • per la certificazione dei prodotti di cui all’art. 5 dell’ordinanza di RS 235.13,
  • per la certificazione di processi operativi rilevanti per la protezione di dati (v- § 2.10 – Art. 11: Procedura di certificazione Messaggio del 19/2/2003 di revisione della LPD).

In conclusione:
fatto salvo il rispetto delle leggi della Confederazione elvetica, cantonali nonché, in presenza di presupposti, del Regolamento UE 679/2016:

  • la certificazione di prodotti, processi e servizi, di cui alla normativa richiamata, viene soddisfatta se effettuata da un organismo di certificazione accreditato in conformità alla ISO 17065. A questi presupposti è sicuramente allineato lo schema ISDP 10003 di Inveo Srl.
  • la certificazione di sistemi, procedure e dell’organizzazione dei fornitori e delle persone private, di cui all’art. 11 della LPD, se non soddisfatta come sopra, deve necessariamente avvenire in conformità a una o più norme fondate sulla ISO 17021 ovvero sulla norma di accreditamento degli organismi che forniscono certificazioni di sistemi di gestione.

In questo caso, però,  è utile che le direttive emanate dall’incaricato – sui requisiti minimi che un sistema di gestione della protezione dei dati deve adempiere – non si limitino a richiamare la ISO 9001 e la ISO 27001 estendendosi, per esempio, alla linea guida BS 10012:2017: Data protection – Specification for a personal information management system e alla ISO 27552 dal titolo “Security techniques – Extension to ISO/IEC 27001 and ISO/IEC 27002 for privacy information management –  Requirements and guidelines” che, pur rientrando fra le norme della famiglia ISO 27000 riguardanti la sicurezza delle informazioni sembra estendere il proprio campo di applicazione agli aspetti inerenti la gestione dei dati personali.

Marcello Colaianni
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697

Certified DP Auditor ISDP 10003:2018 Scheme
Compliance & Management Systems Consultant