“Persone autorizzate” e “Soggetti designati” nella protezione dei dati personali.

L’introduzione, nel novellato D. Lgs. 196/03, dell’art. 2-quaterdecies: Attribuzione di funzioni e compiti a soggetti designati integra il disposto di cui all’art. 29 del GDPR.
Dalla comparazione fra il Reg. UE 679/2016 ed il nuovo Codice Privacy si riscontrano, però, delle differenze che suggeriscono qualche chiarimento.

Art. 29/679: Trattamento sotto l’autorità del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento:
Il responsabile del trattamento, o chiunque agisca sotto la sua autorità o sotto quella del titolare del trattamento, che abbia accesso a dati personali non può trattare tali dati se non è istruito in tal senso dal titolare del trattamento, salvo che lo richieda il diritto dell’Unione o degli Stati membri.

Art. 2-quaterdecies/196: Attribuzione di funzioni e compiti a soggetti designati
Il titolare o il responsabile del trattamento possono prevedere, sotto la propria responsabilità e nell’ambito del proprio assetto organizzativo, che specifici compiti e funzioni connessi al trattamento di dati personali siano attribuiti a persone fisiche, espressamente designate, che operano sotto la loro autorità.
Il titolare o il responsabile del trattamento individuano le modalità più opportune per autorizzare al trattamento dei dati personali le persone che operano sotto la propria autorità diretta.

 Dal combinato disposto dei suddetti articoli emerge che:

  • all’art. 29 prevale l’elemento fondante delle istruzioni che devono essere fornite per poter trattare dati personali soprassedendo ad aspetti altrettanto fondamentali;
  • “chiunque” può essere, indifferentemente, una persona fisica o una persona giuridica quindi anche un soggetto diverso dal dipendente purché svolga le attività di trattamento sotto l’autorità del Titolare/Responsabile;
  • al contrario, nell’art. 2-quaterdecies, si parla specificatamente di persone fisiche;
  • il richiamo all’assetto organizzativo può riferirsi al coinvolgimento non solo di figure interne ma anche esterne all’insegna dell’adozione delle misure tecniche e organizzative adeguate per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio; ciò coerentemente alla previsione dell’art. 29;
  • l’espressa designazione delle persone fisiche lascia ben intendere l’opportunità di una nomina scritta dei soggetti designati;
  • è data enfasi all’autorità del Titolare/Responsabile sotto la quale le persone autorizzate agiscono e i soggetti designati operano.

Il mio suggerimento è quindi quello di:

  • identificare i soggetti, interni ed esterni, che vengono autorizzati a trattare dati personali in virtù dei trattamenti a loro affidati;
  • identificare, per i soggetti interni, l’unità funzionale di appartenenza;
  • procedere ad una loro designazione scritta specificando i confini delle attività di trattamento autorizzate/affidate;
  • adottare misure di limitazione e contenimento dei margini di manovra dei suddetti soggetti;
  • fornire istruzioni puntuali e adhocratiche valutando differenti livelli di responsabilizzazione;
  • assicurarsi che tali istruzioni siano debitamente documentate.

Identificati i soggetti, occorre attivarsi con i dovuti crismi per la loro più appropriata definizione e organizzazione.

In questo senso, per esempio, il Contitolare, il Rappresentante ed il Responsabile del trattamento dei dati personali sono persone autorizzate, persone fisiche o giuridiche rientrando nell’accezione “chiunque” dell’art. 29. La loro disciplina, però, è specifica e riconducibile, rispettivamente, agli artt. 26, 27 e 28. Sono persone che possono, secondo esigenza, trovarsi inseriti o meno nell’organigramma aziendale.

Qualche esempio?

  • L’Organismo di Vigilanza è un Responsabile del trattamento (RTDP) a cui il Titolare ricorre dovendo effettuare per suo conto specifici trattamenti.
    Il Titolare è chiamato obbligatoriamente, per legge, a ricorrere all’OdV per lo svolgimento di trattamenti specifici, in adempimento al D. Lgs. 231/01.
    Trattamenti per i quali il Titolare determina finalità e mezzi pur rimanendo, in capo all’OdV, gli autonomi poteri di iniziativa e controllo, di vigilanza sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e del loro aggiornamento.
    È un Responsabile interno perché trattasi di un organismo dell’ente.
  • Il Collegio sindacale è, allo stesso modo, un Responsabile al quale il Titolare ricorre, anche in questo caso, per obbligo di legge. È però esterno, fuori dall’assetto organizzativo.
  • Lo studio di consulenza del lavoro è Responsabile esterno perché a lui ricorre il Titolare per il trattamento la gestione delle paghe dei propri dipendenti. Il Titolare, volendo, potrebbe gestire in proprio tali trattamenti ma preferisce concentrarsi sul proprio core business e ricorrere all’outsourcing.
  • il DPO, è persona autorizzata rivelandosi, secondo i chiarimenti del Garante, sia persona fisica sia persona giuridica. Il suo ruolo è però specificatamente disciplinato dagli artt. 37 a 39.

Focalizzando l’attenzione sulle singole funzioni del Titolare (Azienda, Studio professionale, Associazione, Ente, ecc.) lo sguardo è sicuramente rivolto alle persone fisiche, agli individui che, in virtù dei compiti svolti, sono riconducibili ai soggetti designati.

Vi si riscontrano le seguenti figure:

  • il Privacy manager, che chiamato ad adeguare l’organizzazione ai requisiti della normativa sulla protezione dei dati personali, è soggetto designato in staff al Direttore generale;
  • l’amministratore di sistema, che amministra i componenti del sistema ICT per soddisfare i requisiti del servizio, è soggetto designato;
  • il Direttore del personale, così come i suoi collaboratori che trattano dati personali, è soggetto designato
  • e così via.

Per quanto sopra risulta evidente, quindi, l’importanza di porre la dovuta attenzione nell’individuazione di tutti i soggetti, dentro e fuori l’Organizzazione (Titolare), in qualità di persone autorizzate ovvero di soggetti designati, e dare così evidenza delle modalità organizzative nella distribuzione di ruoli e responsabilità all’insegna del principio generale e fondante di ACCOUNTABILITY soddisfacendo una delle principali azioni da intraprendere qual è la progettazione dell’organigramma per la data protection.

Marcello Colaianni
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697

Certified DP Auditor ISDP 10003:2018 Scheme
Compliance & Management Systems Consultant/Auditor

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Il DPO fra attività di consulenza e compiti di sorveglianza

Fra i compiti minimi attribuiti al DPO vi sono quelli di:

  • fornire consulenza al titolare del trattamento o al responsabile del trattamento nonché ai dipendenti che eseguono il trattamento in merito agli obblighi derivanti dal presente regolamento nonché da altre disposizioni dell’Unione o degli Stati membri relative alla protezione dei dati;
  • sorvegliare l’osservanza del regolamento, di altre disposizioni dell’Unione o degli Stati membri relative alla protezione dei dati nonché delle politiche del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento in materia di protezione dei dati personali, compresi l’attribuzione delle responsabilità, la sensibilizzazione e la formazione del personale che partecipa ai trattamenti e alle connesse attività di controllo.

Di per sé tutto regolare se non fosse per la presenza di una conditio sine qua non per la quale il Titolare, ed il Responsabile, deve assicurarsi che pur potendo, il DPO, svolgere altri compiti e funzioni, queste non diano adito a conflitti d’interesse. La disposizione lascia ben intendere, a maggior ragione, che nemmeno gli stessi compiti del DPO devono dare adito a conflitti d’interesse così come, invece, potrebbe emergere laddove il DPO auditor, in sede di sorveglianza circa l’appropriata applicazione della normativa, rilevasse che il DPO consulente non si sia attivato nei modi più appropriati.

Una siffatta circostanza porrebbe il DPO, in qualità di auditor, nella condizione di controllare se stesso, in qualità di consulente. Né è il caso di parlare di priorità fra i due compiti.

Più semplicemente, la consulenza a cui si fa qui riferimento, non è quella del Consulente privacy che affianca il Titolare nell’implementazione, a tutto tondo, di un modello di gestione dei dati personali ma si traduce, più propriamente, in un’attività di indirizzo in cui il DPO:

  • si esprime in merito alla valutazione d’impatto,
  • fornisce supporto all’applicazione di regole di protezione dei dati e di policy e procedure aziendali (quali violazioni dei dati o gestione di richieste dell’Autorità di controllo),
  • monitora le misure di sicurezza,
  • verifica gli obblighi contrattuali del Responsabile del trattamento,
  • raccoglie le informazioni per identificare le attività di trattamento,
  • analizza e verifica la conformità delle attività di trattamento
  • ecc.

I compiti minimi, identificati all’art. 39, possono pertanto essere estesi purché venga assolutamente evitato il rischio di conflitto di interessi e, quindi, porre il DPO in qualsivoglia situazione in cui possa ritrovarsi nelle condizioni di sorvegliare se stesso ovvero il proprio operato.

La stessa prassi da più parti riconosciuta, anche dalle stesse linee guida del WP 29, per la quale al DPO è demandata la tenuta del registro delle attività, pur sotto la responsabilità del Titolare, è equivoca e fuorviante proprio perché si presenterebbe la circostanza in cui le figure di controllore e controllato si sovrapporrebbero in capo al DPO.

Ad integrazione del presente articolo si rimanda a:

Marcello Colaianni
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697

Certified DP Auditor ISDP 10003:2018 Scheme
Compliance & Management Systems Consultant/Auditor

 

Titolare del trattamento, Titolare autonomo e Titolare indipendente. Chi più ne ha più ne metta.

Da quando è entrato in vigore il Regolamento UE 679/2016, il ricorso alla figura del Titolare autonomo è pressoché quotidiano per individuare le relazioni, e l’attribuzione delle relative responsabilità, di Tizio nei confronti di Caio.

Ho ripetutamente letto gli artt. 4, 9 e 10 del GDPR ed altre norme attinenti la protezione dei dati personali ma, ahimè, mi devo proprio arrendere; la definizione di questo fantomatico Titolare autonomo non riesco proprio a trovarla.

Mi chiedo, allora, come si possa attribuire a chicchessia un’etichetta, un’identità con l’aggravante di un carico di oneri, incombenze e responsabilità non meglio definite in assenza di una definizione chiara ed inequivocabile a cui fare riferimento.

La figura del Titolare autonomo viene messa in relazione con quella del Titolare del trattamento. Questi sì che è chiaramente identificato, all’art. 4, § 1, punto 7), come la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o altro organismo che, singolarmente o insieme ad altri, determina le finalità e i mezzi del trattamento di dati personali. Così come sono chiaramente definite altre figure contemplate dal GDPR come quella del Rappresentante del Titolare (o del Responsabile), del Contitolare, del Responsabile del trattamento e del Responsabile della protezione dei dati e ancora dei Terzi, dei Destinatari e delle Persone autorizzate. Come si può constatare, non vi è traccia del Titolare autonomo.

La suddetta relazione, di per se stessa, già riconosce l’esistenza di rapporti fra 2 soggetti, il Titolare ed il Titolare autonomo (?), per i quali il secondo effettua, nei confronti del primo, uno o più trattamenti di dati personali. E se c’è questa relazione, come si può parlare di Titolare autonomo?

Facciamo un passo indietro. Chiunque, fatte le debite eccezioni, nello svolgimento della propria attività professionale, in presenza di trattamenti di dati personali di persone fisiche è, per definizione, Titolare del trattamento. Poi succede che fra i due soggetti nasce una relazione che, rivelandosi particolarmente significativa dal punto di vista del trattamento dei dati personali, pone in essere la necessità di una specifica nominalizzazione ed attribuzione di responsabilità in capo ai due soggetti.

Vi si riconoscono, quindi, i rapporti fra:

  • Titolare e Rappresentante che viene designato laddove il titolare del trattamento non è stabilito nell’Unione;
  • Titolare e Contitolare qualora, insieme, determinano congiuntamente le finalità e i mezzi del trattamento;
  • Titolare e Responsabile del trattamento a cui, il primo, ricorre per un trattamento che deve essere effettuato per suo conto;
  • Titolare e Responsabile della protezione dei dati in presenza dei presupposti per la sua designazione obbligatoria;
  • Titolare e Terzi con riferimento ai soggetti nominativamente richiamati;
  • Titolare e Destinatari ai quali si comunicano i dati personali e, infine,
  • Titolare e Persone autorizzate al trattamento dei dati personali sotto la propria autorità.

Non vi è relazione, fra soggetti, che non sia specificatamente definita. Non si può parlare, quindi, di Titolare autonomo perché autonomo non è colui che si rapporta con il Titolare, in presenza di una relazione. La relazione va riconosciuta e definita fra quelle sopra elencate in modo da dare certezza al principio di accountability con individuazione delle rispettive responsabilità.

Parlare di Titolare autonomo significherebbe, fra l’altro, disconoscere l’esistenza di una relazione.

Ho inteso, fra le righe, che non tutti i fornitori hanno motivo di essere identificati. Certo, coloro con i quali io, come Titolare ex art. 4, § 1 punto 7), ho rapporti significativi in termini di trattamento dei dati personali devo necessariamente identificarli come Contitolari o Responsabili del trattamento; non come Titolari autonomi. Perché autonomi rispetto a me Titolare se sussiste una relazione significativa?

Esemplificando. La società XY Spa é Titolare del trattamento. Questa, ai fini privacy, ha relazioni, ovvero rapporti significativi, con il Medico competente, l’Organismo di Vigilanza, il Collegio sindacale, i Revisori legali, ecc.
Non mi soffermo, in  questa sede, per stabilire o esprimere un parere sull’etichetta, sulla figura da attribuire a questo o quel soggetto che si rapporta con il Titolare, la società XY Spa. Resto nella semplice convinzione che questi soggetti non possono essere Titolari autonomi rispetto a XY Spa in presenza di una relazione … e nemmeno Titolari.

La loro esistenza, infatti, è strettamente collegata alla relazione imposta dalle differenti disposizioni di legge nei confronti del Titolare XY Spa.
Il medico competente, il Collegio sindacale, l’Organismo di Vigilanza, e così via, ci sono esclusivamente in funzione della relazione con il Titolare; non hanno una propria ed indipendente identità.

In presenza di siffatto legame faccio molta fatica a riconoscere una qualsiasi autonoma titolarità.

Inoltre, il § “10.” dell’art. 28/679/2016, recita: <<Fatti salvi gli articoli 82, 83 e 84, se un responsabile del trattamento viola il presente regolamento, determinando le finalità e i mezzi del trattamento, è considerato un titolare del trattamento in questione>>.

Il disposto normativo in discorso, pone in essere 2 possibili situazioni. La prima è quella per cui:

  1. assumo, come premessa, il fatto che già mi rivolgo ad un responsabile in quanto a lui ricorro per un trattamento, per mio conto, di dati personali. Dati:
    – di cui io, come Titolare, determino le finalità ed i mezzi di trattamento,
    – per il cui trattamento il Responsabile è tenuto all’osservanza dei requisiti ex art. 28;
  2. se il Responsabile viola il presente regolamento assumendo, a dispetto delle mie istruzioni documentate, una posizione di autodeterminazione delle finalità e dei mezzi di trattamento, allora, per il trattamento in questione, cioè per il trattamento per il quale l’ho designato, assume le responsabilità di Titolare alla stessa stregua per cui il Responsabile è Titolare dei propri trattamenti.

La seconda ipotesi è quella per cui il responsabile (fornitore) che si sottrae alla sottoscrizione della nomina da parte del Titolare (cliente) diventa, a sua volta, Titolare [ex art. 4, § 1 punto 7)] per il trattamento dei dati effettuato per conto del cliente.
Così è, per esempio, per i professionisti iscritti a Ordini e Collegi o per i consulenti informatici che, pur trattando a vario titolo i dati personali riconducibili al Titolare, si considerano dei Titolari autonomi (???).

Ne consegue, per quanto sopra, che anche qui siamo ben lontani dal poter parlare di Titolare autonomo.

Ah, un’altra cosa. Si badi bene che quando parlo di determinazione di finalità e mezzi di trattamento il contesto è quello della protezione dei dati personali senza riferimento alcuno alla libertà organizzativa del proprio lavoro da parte del professionista.

Marcello Colaianni
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697

Certified DP Auditor ISDP 10003:2018 Scheme
Compliance & Management Systems Consultant/Auditor

L’istituto della Certificazione in Svizzera alla luce del GDPR e della Legge federale sulla protezione dei dati (LPD).

La Svizzera non è Stato membro dell’Unione Europea cionondimeno l’osservanza del Regolamento UE 679/2016 (GDPR) trova applicazione anche qui, sia pur in determinate circostanze. In particolare nelle ipotesi in cui le attività di trattamento:

  1. siano riconducibili alla filiale dell’impresa svizzera che si trovi all’interno dell’Unione europea;
  2. riguardino l’offerta di beni o la prestazione di servizi agli interessati che si trovino nell’Unione, indipendentemente dall’obbligatorietà di un pagamento dell’interessato;
  3. riguardino il monitoraggio del comportamento degli interessati nella misura in cui tale comportamento ha luogo all’interno dell’Unione;
  4. siano riconducibili all’impresa svizzera che assume il ruolo di Responsabile del trattamento, per un’impresa europea, nello svolgimento delle attività di cui al punto “2.”

Per quanto in  premessa, in sede di applicazione del GDPR, le imprese svizzere possono essere interessate alla certificazione per la protezione dei dati personali con riferimento alle proprie attività di trattamento.
Certificazione già contemplata dalla Legge federale sulla Protezione dei Dati – LPD (235.1 del 19/6/1992) che, all’art. 11: Procedura di certificazione, dispone:

  1. <<Per migliorare la protezione e la sicurezza dei dati, i fornitori di sistemi e di programmi di trattamento dei dati, nonché le persone private o gli organi federali che trattano dati personali possono sottoporre i loro sistemi, le loro procedure e la loro organizzazione a una valutazione da parte di organismi di certificazione riconosciuti e indipendenti>>.
  2. <<Il Consiglio federale emana disposizioni sul riconoscimento delle procedure di certificazione e sull’introduzione di un marchio di qualità inerente alla protezione dei dati. Esso tiene conto del diritto internazionale e delle norme tecniche riconosciute a livello internazionale>>.

Ma è la lettura del Messaggio – concernente la revisione della legge federale sulla protezione dei dati (LPD) e il decreto federale concernente l’adesione della Svizzera al Protocollo aggiuntivo dell’8 novembre 2001 alla Convenzione per la protezione delle persone in relazione all’elaborazione automatica dei dati a carattere personale concernente le autorità di controllo e i flussi internazionali di dati – del 19 febbraio 2003 a fornire utili ed ulteriori specificazioni:

  • 2.10 – Art. 11: Procedura di certificazione
    “(…)
  • Devono essere sviluppate sia procedure di certificazione di processi operativi rilevanti per la protezione di dati o di strutture organizzative (audit in materia di protezione di dati) sia la valutazione di sistemi o programmi informatici – cioè di prodotti – per quanto riguarda l’osservanza di standard in materia di protezione di dati.

Dal che emerge che ciò di cui si sta parlando è una certificazione di prodotti, processi e servizi fondata sulla norma UNI CEI EN ISO/IEC 17065: Valutazione della conformità – Requisiti per organismi che certificano prodotti, processi e servizi.

  • La procedura di valutazione deve portare, una volta stabilito che le norme legali e tecniche del ramo sono osservate, al conferimento di un marchio di qualità inerente alla protezione di dati. Questo riconoscimento può essere utilizzato dalle ditte di certificazione per scopi pubblicitari e portato a conoscenza del pubblico. Le autorità e ditte certificate sono escluse dall’obbligo di notifica della loro raccolta di dati di cui all’articolo 11a, se hanno comunicato il risultato della valutazione all’Incaricato della protezione dei dati. Questo alleggerimento ha lo scopo di incentivare.

Il conseguimento della certificazione consente quindi ampia pubblicità circa l’assicurazione sull’idoneità, correttezza ed adeguatezza delle proprie attività di trattamento e disimpegna le ditte certificate dall’obbligo di notifica.

  • Gli organismi che svolgono questa procedura di certificazione devono essere indipendenti, dal punto di vista soprattutto organizzativo ma anche tecnico, dai privati o dalle autorità da valutare. Il riconoscimento di questi organismi dovrà essere regolato dal Consiglio federale nell’ordinanza. È anche immaginabile che gli organismi di certificazione debbano disporre di un accreditamento.
    Inoltre l’Incaricato deve verificare se le procedure di valutazione e il conferimento del marchio di qualità sono compatibili con il diritto vigente. Egli può intervenire mediante gli strumenti previsti dalla LPD (raccomandazione, proposta alla commissione della protezione dei dati).

Ora, pur considerato che in Svizzera è in elaborazione uno standard per procedure uniformi in materia di certificazioni inerenti alla protezione di dati, può essere utile sapere che esiste già, sul mercato, un meccanismo di certificazione conforme al GDPR, accreditato Accredia, e promosso dalla Commissione europea: l’International Scheme for Data Protection ISDP 10003:2018.

Il ricorso ad un siffatto meccanismo di certificazione che, di per sé, fornisce già una molteplicità di assicurazioni e garanzie, può essere strumento chiarificatore dello stato dell’arte in Svizzera e, forse, valido suggerimento per gli obiettivi che la Confederazione elvetica vuole raggiungere.

Qui, infatti, il riferimento alla certificazione si fonda:

  • sull’art. 11 della Legge federale sulla protezione dei dati,
  • sull’Ordinanza  sulle certificazioni in materia di protezione dei dati (OCPD) che, aggiornato al 1° novembre 2016, richiama le norme UNI EN ISO 9001: Sistemi di gestione per la qualità – Requisiti e UNI CEI ISO/IEC 27001: Tecnologie informatiche – Tecniche per la sicurezza – Sistemi di gestione per la sicurezza delle informazioni – Requisiti ed altre ordinanze.

Inoltre, nel documento riepilogativo circa lo stato della certificazione di prodotti e servizi si legge: “Dalla discussione è emerso che per il mercato svizzero una certificazione di prodotti informatici (hardware, software o sistemi per l’elaborazione automatizzata dei dati) è improponibile per ragioni giuridiche, tecniche e finanziarie. Diversi partecipanti al gruppo di lavoro hanno però chiesto di introdurre una certificazione dei servizi”.

L’art. 5 della suddetta ordinanza (RS 235.13), tuttavia, fa riferimento alla Certificazione dei prodotti e più precisamente alla certificazione dei prodotti destinati in prevalenza al trattamento di dati personali o generanti, al momento del loro impiego, dati personali, in particolare relativi all’utente rilevando l’effettiva mancanza circa la normazione di una certificazione dei servizi.

Orbene, un piccolo richiamo alle norme ISO torna utile.
Nell’alveo delle norme ISO di Valutazione della conformità si riconoscono:

  • la norma ISO 17020:2012: Requisiti per il funzionamento di vari tipi di organismi che eseguono ispezioni;
  • la norma ISO 17021:2012: Requisiti per gli organismi che forniscono audit e certificazione di sistemi di gestione;
  • la norma ISO 17024:2012: Requisiti generali per organismi che eseguono la certificazione delle persone;
  • la norma ISO 17025:2018: Requisiti generali per la competenza dei laboratori di prova e di taratura e
  • la norma ISO 17065:2012: Requisiti per organismi che certificano prodotti, processi e servizi.

È proprio quest’ultima, la ISO 17065, a fare al nostro caso.

La norma in discorso, infatti, non è quella fondante su cui si basano gli organismi per la certificazione di un sistema di gestione aziendale ma è quella di accreditamento degli organismi che certificano processi, prodotti e servizi.
É quella richiamata nel GDPR, il regolamento 679/2016, a cui le imprese svizzere devono adeguarsi in presenza delle considerazioni in premessa; è la norma:

  • per la certificazione dei prodotti di cui all’art. 5 dell’ordinanza di RS 235.13,
  • per la certificazione di processi operativi rilevanti per la protezione di dati (v- § 2.10 – Art. 11: Procedura di certificazione Messaggio del 19/2/2003 di revisione della LPD).

In conclusione:
fatto salvo il rispetto delle leggi della Confederazione elvetica, cantonali nonché, in presenza di presupposti, del Regolamento UE 679/2016:

  • la certificazione di prodotti, processi e servizi, di cui alla normativa richiamata, viene soddisfatta se effettuata da un organismo di certificazione accreditato in conformità alla ISO 17065. A questi presupposti è sicuramente allineato lo schema ISDP 10003 di Inveo Srl.
  • la certificazione di sistemi, procedure e dell’organizzazione dei fornitori e delle persone private, di cui all’art. 11 della LPD, se non soddisfatta come sopra, deve necessariamente avvenire in conformità a una o più norme fondate sulla ISO 17021 ovvero sulla norma di accreditamento degli organismi che forniscono certificazioni di sistemi di gestione.

In questo caso, però,  è utile che le direttive emanate dall’incaricato – sui requisiti minimi che un sistema di gestione della protezione dei dati deve adempiere – non si limitino a richiamare la ISO 9001 e la ISO 27001 estendendosi, per esempio, alla linea guida BS 10012:2017: Data protection – Specification for a personal information management system e alla ISO 27552 dal titolo “Security techniques – Extension to ISO/IEC 27001 and ISO/IEC 27002 for privacy information management –  Requirements and guidelines” che, pur rientrando fra le norme della famiglia ISO 27000 riguardanti la sicurezza delle informazioni sembra estendere il proprio campo di applicazione agli aspetti inerenti la gestione dei dati personali.

Marcello Colaianni
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697

Certified DP Auditor ISDP 10003:2018 Scheme
Compliance & Management Systems Consultant

 

La Repubblica di San Marino, il GDPR e la Protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali: considerazioni relative all’istituto della Certificazione.

La Repubblica di San Marino (RSM) non è Stato membro dell’Unione Europea tuttavia il combinato disposto:

  1. ex art. 3/679/2016, § 1: Il presente regolamento si applica al trattamento dei dati personali effettuato nell’ambito delle attività di uno stabilimento da parte di un titolare del trattamento o di un responsabile del trattamento nell’Unione, indipendentemente dal fatto che il trattamento sia effettuato o meno nell’Unione;
  2. ex art. 3/171/2018, comma 1: La presente legge si applica al trattamento interamente o parzialmente automatizzato di dati personali e al trattamento non automatizzato di dati personali contenuti in un archivio o destinati a figurarvi, effettuato da chiunque è stabilito nel territorio della Repubblica di San Marino o in un luogo comunque soggetto alla sovranità della Repubblica di San Marino

evidenzia come il Regolamento UE 679/2016 sia del tutto applicabile, ed obbligatorio, anche per le organizzazioni sammarinesi.
Inoltre, la normativa ivi legiferata consente di considerare la RSM un Paese nel quale sono presenti le cosiddette garanzie adeguate di cui all’art. 46/679/2016 ed al Considerando 108 del Regolamento Ue.

Con riferimento alla Certificazione, ex artt. 42 e 43 del GDPR, discende che le relative disposizioni debbano, parimenti, essere prese nella dovuta considerazione.
Ciò premesso, doverosamente, occorre rilevare che l’accreditamento degli Organismi di Certificazione (OdC) richiamati all’art. 44/171/2018 è effettuato, in presenza di presupposti, unicamente dall’Autorità Garante per la protezione dei dati personali della RSM.

Per quanto riguarda l’altro aspetto rilevante, ovvero il fatto che il meccanismo di certificazione debba fondarsi sui requisiti della ISO 17065 piuttosto che della ISO 17021, non ci sono indicazioni specifiche.
Logica vuole che, sulla base delle considerazioni in premessa, le Autorità locali si allineino alle disposizioni del GDPR … e non vedo, personalmente, alternative.

L’art. 43/171/2018, c. 1, infatti, recita: <<Il titolare del trattamento o il responsabile del trattamento possono sottoporre il trattamento effettuato ad un meccanismo di certificazione della protezione dei dati, nonché di sigilli e marchi di protezione dei dati allo scopo di dimostrare la conformità alla presente legge dei trattamenti effettuati dai medesimi titolari e responsabili del trattamento>>.
Identica disposizione di quanto all’art. 42/679/2016, § 1, per la parte di nostro interesse: <<Gli Stati membri, le autorità di controllo, il comitato e la Commissione incoraggiano, in particolare a livello di Unione, l’istituzione di meccanismi di certificazione della protezione dei dati nonché di sigilli e marchi di protezione dei dati allo scopo di dimostrare la conformità al presente regolamento dei trattamenti effettuati dai titolari del trattamento e dai responsabili del trattamento>>.

Da quanto sopra si rileva, ancora una volta, come la valutazione di conformità di un meccanismo di certificazione della protezione dei dati, nonché di sigilli e marchi di protezione dei dati trovi soddisfazione nella norma UNI CEI EN ISO/IEC 17065 che riguarda, compiutamente, i Requisiti per organismi che certificano prodotti, processi e servizi e non nella norma UNI CEI EN ISO/IEC 17021 che, diversamente, riguarda i Requisiti per gli organismi che forniscono certificazione di sistemi di gestione.

A questo punto manca un solo tassello.
La garanzia che gli Organismi di certificazione operino nel rispetto dei requisiti della ISO 17065 è data dall’accreditamento degli stessi da parte dell’Ente nazionale di accreditamento, in Italia, Accredia.
In assenza di un ente di accreditamento nella Repubblica di San Marino trovo estremamente utile ed oltremodo ragionevole prevedere, al comma 2 dell’art. 44/171/2018, anche il requisito dell’accreditamento degli OdC, per altro inclusivo di quanto alle lettere da a) a d), in conformità della norma UNI CEI EN ISO/IEC 17065.

Così facendo, insieme ad un ulteriore allineamento ed uniformità con il Regolamento UE 679/2016, tutte le organizzazioni della Repubblica di San Marino potrebbero facilmente identificare, fra gli altri, lo schema ISDP 10003:2018 certificato Accredia come lo strumento più idoneo a dimostrare la conformità dei trattamenti effettuati dai titolari e responsabili del trattamento così come previsto dalla Legge 21 Dicembre 2018 n.171.

Marcello Colaianni
Certified DPO e DP Auditor UNI 11697
Certified DP Auditor ISDP 10003:2018 Scheme
Compliance & Management Systems Consultant

Il Medico competente: Responsabile del trattamento o Contitolare?

Il recente chiarimento del Garante Privacy che sancisce che i Consulenti del lavoro – “nonché coloro che siano iscritti negli albi degli avvocati […], dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali” (v. legge n. 12/1979 cit.)” – sono da considerarsi Responsabili del trattamento, mi fa riflettere circa la figura del medico competente prevista dal D. Lgs. 81/08 e smi.

Siamo in presenza di un mandato con cui il Datore di lavoro (e il dirigente) nomina il medico competente per l’effettuazione della sorveglianza sanitaria.
Appare chiaro che il medico competente sussiste in quanto a lui l’Organizzazione ricorre per l’effettuazione di trattamenti per proprio conto annoverandosi, così, fra i Responsabili del trattamento ex art. 28/679/2016.

Occorre ricordare, però, che l’elemento fondante del regolamento è la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e non la sussistenza di un rapporto contrattuale, o altro atto giuridico, fra le parti. Ciò che prevale, nella corretta attribuzione dei ruoli in ambito data protection, è l’oggetto del trattamento, nella fattispecie, il dato particolare.

Sebbene il medico competente sia in azienda a svolgere i propri compiti in quanto nominato dal Titolare, prevale il fatto che questi non si limita a raccogliere i dati personali dei dipendenti che gli sono stati forniti bensì che estrae (in occasione delle visite mediche), organizza e struttura dati relativi alla salute. Il medico competente effettua trattamenti di dati necessari per finalità di medicina del lavoro, per la valutazione della capacità lavorativa del dipendenti. E questi sono dati che il Titolare non è legittimato a trattare.

Il medico competente tratta questi dati non per conto del Titolare ma per disposizione legislativa.

Il rapporto contrattuale con il Titolare e l’esclusiva nel trattamento di dati particolari in capo al medico competente consente allora di identificare quest’ultimo contitolare ex art. 26/679/2016. Siamo in presenza di Contitolari che determinano congiuntamente le finalità e i mezzi del trattamento. Essi determinano in modo trasparente, mediante un accordo interno, le rispettive responsabilità in merito all’osservanza degli obblighi derivanti dal regolamento con particolare riguardo all’esercizio dei diritti dell’interessato. Accordo di cui l’interessato deve essere debitamente edotto.

E quando il medico competente è un dipendente del datore di lavoro? È un Responsabile? No. È sempre un contitolare.

Sebbene i dipendenti rientrino ragionevolmente nella definizione di persone autorizzate di cui all’art. 29/679 in quanto agiscono sotto l’autorità del Titolare del trattamento, il medico competente non effettua il trattamento dei dati particolari sotto l’autorità del Titolare bensì in ottemperanza alle specifiche disposizioni di legge che ne disciplinano il ruolo e i compiti.

Il medico competente tratta dati personali particolari in quanto lo richiede il diritto dello Stato membro e non il Titolare.

Se quella sopra enunciata è la prospettiva da prendere in considerazione c’è da chiedersi quanto ne siano a conoscenza, i medici competenti.
In termini di responsabilità non cambia molto, rispetto al ruolo di Responsabile, vigendo il disposto ex art. 82/679. Rispetto al ruolo di persona autorizzata, però, si; eccome!

C’è poi il fatto che il medico competente, quale contitolare e con riferimento esclusivo alle sue finalità e i mezzi del trattamento, deve essere pronto all’interazione diretta con gli interessati e rispondere ai diritti che questi volessero esercitare nei suoi confronti.
Nulla di nuovo rispetto al Responsabile, ma per il resto?

Marcello Colaianni
Certified DPO UNI11697
Certified Privacy Auditor UNI11697
Certified DP Auditor ISDP10003 Scheme

 

 

DPO e RESPONSABILE del trattamento: 2 facce della stessa medaglia?

Ad oltre 2 anni dall’entrata in vigore del GDPR, restano di estrema attualità le riflessioni con cui, in adempimento ai requisiti ex art. 37, § 1, lett. a), b) e c), viene designato il Responsabile della Protezione dei Dati (RPD) ovvero il DPO.

Il Regolamento è perentorio ed individua il DPO in colui che:

  1. ha idonee qualità professionali,
  2. ha la conoscenza specialistica della normativa
  3. ha la conoscenza specialistica delle prassi in materia di protezione dei dati,
  4. ha la capacità di assolvere i compiti di cui all’articolo 39
  5. può svolgere altri compiti e funzioni purché questi non diano adito a conflitti d’interessi del che è garante il Titolare/Responsabile del trattamento

il che non dovrebbe lasciare dubbi a riguardo.

Tuttavia, qualunque sia il motivo, a prevalere è la volontà di concentrare ruoli e funzioni in capo al minor numero possibile di persone supportati, oltre ogni ragionevolezza, della possibilità di svolgimento di altri compiti e funzioni a dispetto di eventuali conflitti d’interesse.
Ecco allora che troviamo il consulente, il giurista, l’esperto informatico o il risk manager avocare a sé sia il ruolo di Responsabile esterno del trattamento, in quanto gestore del trattamento dei dati del Titolare, sia, all’occorrenza, quello del DPO.

Le linee guida del EDPB forniscono chiare indicazioni raccomandando di evitare che il DPO designato ricopra ruoli di vertice (es. amministratore delegato, responsabile operativo, responsabile finanziario, responsabile sanitario, responsabile marketing, responsabile IT, direzione risorse umane) o posizioni gerarchicamente inferiori se quest’ultime comportano la determinazione di finalità o mezzi di trattamento. Qui, tuttavia, la fattispecie contrasta comunque con la previsione della designazione del DPO da parte del vertice del Titolare nonché dei presupposti di autonomia ed indipendenza.
In ipotesi di ricorso all’esterno del DPO il conflitto di interessi può poi manifestarsi laddove questi si ritrovi a ricoprire il ruolo di Responsabile o Con-titolare in qualità di, per esempio, RSPP, membro dell’OdV o dell’OdV monocratico, membro del Collegio sindacale, ecc.

Dati questi presupposti, l’orientamento sembra essere quello di evitare la designazione del DPO in capo a soggetti, interni o esterni, che in virtù delle funzioni già ricoperte trattano, a vario titolo, dati personali del Titolare.

MA le linee guida non sono fonti del diritto!

Quindi, è sufficiente che il Titolare/Responsabile afferma che non vi è conflitto d’interessi fra i compiti del DPO e gli altri compiti e funzioni?
No, occorre anche dimostrarlo in maniera inequivocabile!

Esiste un punto molto chiaro nel Regolamento che palesa l’esistenza di un conflitto d’interessi fra i 2 ruoli. Alla lettera h) dell’art. 28 che prescrive che il Responsabile del trattamento mette a disposizione del titolare del trattamento tutte le informazioni necessarie per dimostrare il rispetto degli obblighi di cui al presente articolo e consenta e contribuisca alle attività di revisione, comprese le ispezioni, realizzati dal titolare del trattamento o da un altro soggetto da questi incaricato evidenziando l’impossibilità che controllore e controllato siano la stessa persona.
Insomma, c’è chi fa e c’è chi controlla!

È presto fatto: per le ispezioni al Responsabile/DPO si ricorre a un auditor interno o, meglio, ad un’organizzazione indipendente esterna evitando così che il Responsabile/DPO possa trovarsi contemporaneamente nella duplice posizione di controllore (come DPO) e di controllato (come Responsabile del trattamento).
Bah, mi sembra un comportamento elusivo e fine a se stesso.

Mi trovo costretto a perorare la mia causa: <<Responsabile e DPO sono funzioni in conflitto d’interessi!>>. Perché, fra l’altro:

  • sono normativamente inquadrati come soggetti fra loro in antitesi;
  • il Responsabile mette in atto misure tecniche e organizzative adeguate in modo tale che il trattamento soddisfi i requisiti del regolamento e garantisca la tutela dei diritti dell’interessato;
  • il DPO sorveglia a che siano soddisfatti i requisiti del regolamento e messe in atto le azioni necessarie volte a tutelare i diritti dell’interessato;
  • il Responsabile tratta i dati personali soltanto su istruzione documentata del titolare del trattamento;
  • il DPO svolge i suoi compiti in assoluta assenza di istruzioni, in piena autonomia ed indipendenza.

A porre la dovuta attenzione, da parte del Titolare, circa la più idonea ed appropriata applicazione dei requisiti del GDPR è l’art. 24, 1° paragrafo che contempla, per il Titolare, la messa in atto di misure tecniche e organizzative adeguate per garantire, ed essere in grado di dimostrare, che il trattamento è effettuato conformemente al regolamento tenuto conto (…) dei rischi aventi probabilità e gravità diverse per i diritti e le libertà delle persone fisiche.

Fra le misure tecniche e organizzative da considerare, fin dalla progettazione, c’è quindi l’elaborazione di un chiaro organigramma per la data protection, l’individuazione dei singoli ruoli e responsabilità, all’insegna del principio di accountability su cui si basa l’intero regolamento, nonché dei compiti e funzioni che possono avere diversi livelli di probabilità, di essere fra loro in conflitto, ed altrettanti livelli di gravità ovvero di entità del danno che ne può conseguire.
Un’analisi superficiale delle condizioni di conflitto di interesse potrebbe determinare, in capo al Titolare/Responsabile, una culpa in eligendo con il rischio di disconoscimento del DPO e l’irrogazione di sanzioni pecuniarie per la sua conseguente mancata designazione.

Tutto ciò premesso, qualunque sia il risultato della valutazione di questa fattispecie di rischio, è evidente quanto sia utile, opportuno e doveroso tenere, da subito, separati i compiti e le aree di responsabilità in conflitto fra loro per ridurre al minimo le possibilità di trattamento illecito/irregolare degli asset dell’organizzazione quali sono i dati personali.

Marcello Colaianni
Certified DPO UNI11697
Certified DP Auditor ISDP10003 Scheme
Valutatore Privacy Certificato UNI11697

 

Il DPO è un AUDITOR!

L’art. 39 ci ricorda quali sono i compiti primari del DPO.

Fra questi, quello dell’Auditor, ovvero il compito di sorvegliare l’osservanza del regolamento, di altre disposizioni dell’Unione o degli Stati membri relative alla protezione dei dati nonché delle politiche del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento in materia di protezione dei dati personali, compresi l’attribuzione delle responsabilità, la sensibilizzazione e la formazione del personale che partecipa ai trattamenti e alle connesse attività di controllo è sicuramente l’attività che in maggior misura impegna il DPO.

Egli esamina il trattamento di dati personali, valutando il rispetto di leggi e regolamenti applicabili e approva le misure necessarie a eliminare eventuali non-conformità rilevate, mantenendo una posizione indipendente da chi svolge attività manageriali e operative.

Per quanto sopra si evince che la conoscenza della normativa e la capacità di darle la più appropriata interpretazione nella sua applicazione in seno a ciascun Titolare/Responsabile è una prerogativa … che da sola, però, si rivela incompleta.

Essere un auditor significa avere, prima di tutto, specifiche competenze circa le modalità di conduzione degli audit.

Considerato il riferimento ai meccanismi di certificazione ex articoli 42 e 43 del GDPR, il ricorso a norme ISO internazionalmente validate, come la UNI EN ISO 19011 o la UNI EN ISO 17021-1 o la UNI ISO 31000, è logico, conseguenziale ed oltremodo coerente alla citata norma EN-ISO/IEC 17065/2012 a cui devono fare obbligatoriamente riferimento gli organismi di certificazione.

Nella fattispecie lo schema ISDP10003:2018, accreditato ACCREDIA e nominativamente richiamato in alcuni bandi di gara, fornisce chiare indicazioni proprio in merito a politiche del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento in materia di protezione dei dati personali, compresi l’attribuzione delle responsabilità, la sensibilizzazione e la formazione del personale che partecipa ai trattamenti e alle connesse attività di controllo …
… Attività di controllo per le quali l’Auditor può avvalersi di specialisti, ovvero dei cosiddetti esperti tecnici in ambito informatico, tecnologico, giuridico o organizzativo nella conduzione degli audit.

Il ricorso alle ulteriori professionalità cui può accedere il DPO, come previsto all’art. 38, va tuttavia circoscritto.
È poco professionale che il DPO si avvali di terzi soggetti quando interloquisce direttamente con il Titolare nell’esplicitazione dei punti della norma; è utile che ne sia adeguatamente e personalmente edotto.
Parimenti dicasi in ipotesi di delega delle attività di formazione e consulenza.
E ancora, laddove venga consultato nella Valutazione dei rischi o d’impatto, ricorrere ad altri ne sminuisce sia la figura sia il ruolo.

Ne consegue che il DPO debba essere personalmente autosufficiente almeno con riferimento alla normativa relativa alla protezione dei dati e agli aspetti di risk management su cui si basa la Valutazione dei rischi così come quella d’Impatto.
Attendersi questo quale requisito implicito dal Titolare del trattamento è assolutamente ragionevole.

È vero, il DPO non è un tuttologo né può esserlo ed allora trova giustificazione, per esempio, il ricorso agli esperti di cyber security.

Quello che è certo, dato anche il suo posizionamento in organigramma, sono le relazioni che pone quotidianamente in essere con le altre funzioni aziendali, oltre che con gli interessati e l’autorità di controllo.
Il suo contributo, fra l’altro, nell’assegnazione o verifica delle responsabilità e competenze al personale gli attribuiscono capacità di osservazione, sensibilità e discernimento.

Si comprende allora l’importanza di quelle abilità volte ad esaltarne gli effetti.
Abilità come la capacità di lavorare in gruppo, di analisi e di sintesi nonché l’assunzione di comportamenti idonei come l’essere di mentalità aperta e flessibile, diplomatici ed insieme tenaci e perseveranti, collaborativi ed in grado di agire con fermezza, sicuri di sé e aperti al miglioramento.

Marcello Colaianni
Certified DPO UNI11697
Valutatore Privacy certificato UNI11697
Certified DP Auditor ISDP10003:2018 scheme

Le competenze morbide del DPO … e non solo

I compiti del DPO e le competenze richieste nel Regolamento UE 679/2016 hanno dato via libera ai più disparati pareri, e convinzioni, su chi possa ricoprire questo ruolo.
A riguardo, mi sono già espresso con il mio articolo: <<Il Data Protection Officer: Quali competenze per quali compiti>> e non voglio essere ridondante:(https://marcellocolaianniblog.wordpress.com/2017/03/14/il-data-protection-officer-quali-competenze-per-quali-compiti)

Ciò a cui tengo, in questa sede, è dare il giusto spazio alle competenze morbide, ovvero a quelle abilità che per il DPO, e non solo per lui, sono estremamente utili nell’espletamento delle proprie funzioni.

Mi riferisco, per esempio, a quelle richiamate dalla norma ISO 19011: mentalità aperta, diplomatici, sicuri di sé, collaborativi, versatili, perseveranti, in grado di agire con fermezza, ecc. e dalla norma UNI 11697 che contempla, fra l’altro, la capacità di comunicare, di analisi, di sintesi, di controllo, di convincimento, di gestione dei conflitti, di iniziativa e di lavorare in gruppo.
Skill fondamentali nelle relazioni interpersonali e quindi anche per chi, come il DPO, si trova costantemente a confrontarsi con diversi soggetti, dentro e fuori l’organizzazione.

Ma cosa si intende per competenze dure e cosa per competenze morbide?
Si può dire che le prime consentono di svolgere specifici compiti sulla base di una molteplicità di conoscenze acquisite nel tempo; le seconde si riferiscono ad abilità che riguardano, piuttosto, le modalità di rapportarsi con gli altri, gli atteggiamenti assunti nell’esprimere concetti, l’assunzione di una postura rispettosa del proprio interlocutore, un tono di voce moderato e consono alle circostanze … e così via; in altre parole l’abilità di gestire le relazioni interpersonali.
La complementarietà fra competenze dure e competenze morbide è fondamentale ancor più di una ipotetica e totale copertura delle sole competenze dure … e insieme consentono di portare a termine compiti e di risolvere problemi.

Si nasce o si diventa competenti?
Si può tranquillamente affermare che nessuno nasce imparato!
L’apprendimento formale è base e condizione necessaria, e non sufficiente, per metabolizzare conoscenze e, quindi, competenze tecniche. L’apprendimento informale e non-formale chiudono il cerchio doverosamente integrate dall’esperienza.
Per le competenze morbide c’è quello che si chiama istinto, predisposizione o capacità innata. In realtà, anche qui si può agire di conseguenza e migliorare sempre.

Come? Con il coaching!
Un’attività con cui il professionista, il coach, affianca il cliente, il coachee, ad elicitare le risorse necessarie per risolvere problemi e raggiungere i propri obiettivi attraverso tecniche e metodologie appropriate.
Il coaching, non a caso, è una delle abilità previste per la figura del DPO.
Da qui l’utilità di inserire, nei tradizionali corsi per DPO o per Manager privacy, Specialista Privacy e Valutatore privacy incontri formativi che enfatizzino le suddette abilità per una preparazione più completa e strategica e se il coach è anche un addetto ai lavori nell’ambito della protezione dei dati personali … beh,  poter affidarsi a un mentore è il TOP!

In realtà in qualunque contesto, professionale o di vita quotidiana, chiunque trae grande utilità nell’immergersi in questo mondo stupefacente … ed è il primo ad accorgersene e rendersi conto del maggior potenziale acquisito.

Marcello Colaianni
Business, Corporate, Executive e Team Coach
Privacy Consultant e DP Auditor Certified – DPO UNI 11697 Certified

DATA PROTECTION e INFORMATION SECURITY: binomio indissolubile per il payroll management

La relazione fra i due contesti, e le norme che li disciplinano, assume connotazioni differenti a seconda dell’oggetto sociale dell’organizzazione.

Sicuramente, i settori merceologici più coinvolti nella gestione combinata di sicurezza delle informazioni e protezione dei dati sono quelli propri delle aziende ICT (società di HW, SW, Telecommunications, Hosting, Web provider, ecc.), del settore sanitario e della salute e quello finanziario.

Ciò premesso, tuttavia, un ambiente estremamente critico e significativo è quello relativo ai processi di gestione delle paghe. Dal punto di vista della protezione dei dati, fra l’altro, per il trattamento di dati particolari  e, all’occorrenza, di quelli penali. Per quanto alla sicurezza delle informazioni anche per l’evidente ed imponente  utilizzo dei sistemi informativi.

In questo contesto, non deve ingannare il fatto che la data protection sia disciplinata da norme di legge mentre la information security da norme di sistema. Entrambi, infatti, mantengono estremamente elevato il loro valore strategico e sostanziale specialmente in siffatti settori merceologici.

È fondamentale che le organizzazioni che affidano in outsourcing i suddetti servizi prestino la dovuta attenzione affinché non si verifichino violazioni di sorta anche per un incauto trattamento da parte delle società appaltatrici.

Cosa fare, allora, in sede di qualificazione/riqualificazione dei propri fornitori?
Le azioni utili da intraprendere si sviluppano secondo due direttrici.

La prima consiste nell’acquisire evidenze oggettive volte a dimostrare l’adeguamento alla normativa  di riferimento:

  • Relativamente agli aspetti della Data Protection si ricorda l’esistenza di due schemi pro GDPR riconducibili al DPMS 44001 ed all’ISDP 10003;
  • Per quanto alla sicurezza delle informazioni suggerisco, nel caso di specie, la certificazione secondo la norma UNI CEI EN ISO/IEC 27001 e, eventualmente, alla UNI EN ISO 22301:2014: “Sicurezza della società – Sistemi di gestione della continuità operativa – Requisiti”, con evidenza dell’adeguamento, anche attraverso richiesta dello statement of applicability, ad una o più delle seguenti norme:
    ISO/IEC 20000-1 riguardante i requisiti per un sistema di gestione del servizio;
    ISO/IEC 27010 per la gestione della sicurezza delle informazioni per le comunicazioni intersettoriali e interorganizzative
    ISO/IEC 27018 per la protezione delle informazioni di identificazione personale (PII) in cloud pubblici che agiscono come processori PII;

La seconda direttrice contempla, in aggiunta, la pianificazione di audit di 2a parte; ovvero ispezioni presso il fornitore per verificare, in loco, l’adeguatezza dei processi aziendali attraverso auditor propri o esterni.

A dimostrare le interrelazioni che si pongono fra sicurezza delle informazioni e protezione dei dati e la particolare attenzione richiesta per tali processi è, inoltre, il requisito che la norma UNI CEI EN ISO/IEC 27001 prevede all’obiettivo A.18.1.4, dell’allegato A, che dispone: <<Si devono assicurare la privacy e la protezione dei dati personali,  come richiesto dalla legislazione e dai regolamenti pertinenti, per quanto applicabile>>.

Il requisito  in discorso è inserito in una norma di sistema ma fa riferimento ad una norma di legge, in particolare al combinato disposto di cui al Regolamento UE 679/2016 ed al novellato D. Lgs. 196/03. Il rispetto della normativa sulla data protection è, quindi, un aspetto che va puntualmente controllato e sottoposto al processo di valutazione dei rischi ex ISO 27001. Il livello di rischio determinatosi, suggerirà l’opportunità di:

  • integrare il sistema per le parti mancanti ed applicabili all’organizzazione;
  • continuare o interrompere la conduzione dell’audit di 3a parte. Ciò a discrezione del gruppo di audit, ovvero dell’Organismo di certificazione;
  • qualificare, riqualificare o revocare la qualificazione, in ipotesi di audit di 2a parte, a cura del cliente.

Le suddette considerazioni, infine, lasciano ben immaginare quanto un’appropriata strutturazione di competenze, ruoli e responsabilità sia essenziale, anzi, determinante.
Il DPO, in questa sede, è la figura ideale anche per coniugare e monitorare sull’applicazione delle due normative, e quanto ad esse correlate, all’insegna di un organizzato ed integrato modello di riferimento nonché dei comuni principi di:

  • Liceità, Correttezza e Trasparenza;
  • Riservatezza, Integrità, Disponibilità;
  • Esattezza e Responsabilizzazione.

Marcello Colaianni
Compliance & Management Systems Consultant/Auditor
Privacy Consultant, DP Auditor e DPO UNI11697 Certified
UNI CEI EN ISO/IEC 27001 Qualified Auditor